Quarantanni senza Foco

Il 18 aprile 1980 ci lasciava Igino Giordani. In un momento critico come quello che stiamo attraversando, la lettura dei suoi scritti mi incoraggiano a proseguire questo viaggio, a vivere la mia vita puntando sempre e soltanto all’amore. In un percorso così travagliato per certi versi, e per altri pieno di sorprese, abbiamo tutti bisogno di chi continua a fare il tifo per noi. E Giordani lo vedo lì, in quel Paradiso tanto agognato – perché il suo unico scopo era quello di farsi santo – a continuare a intervenire e aiutarci. Una santità, però, non appuntata in un cielo di stelle ma che scende fin nel profondo nell’umanità. Un grande regalo per me è stata la lettura dei suoi libri e, l’aver portato a termine questa pubblicazione, “Perle di Igino Giordani”, penso sia stato un dono innanzitutto personale per andare avanti e per continuare il santo viaggio.

Oggi mi chiedo cosa direbbe Foco a tutti noi – così veniva chiamato Giordani da Chiara Lubich e da tutti i focolarini. Più volte l’ha scritto e come un’implorazione: privilegiare, essere attenti agli ultimi che, in questa emergenza sanitaria, sono coloro che stanno pagando un contributo enorme.

Non si concepisce che un fratello soffra la fame, quando nel caravanserraglio gli altri banchettano. Gesù sarebbe venuto invano, o, in altri termini, noi lo tradiremmo come Giuda, e la società nostra resterebbe in peccato mortale, da deicida, se, contro la volontà del Padre, tollerasse, senza reagire, la condizione di gente che abita in grotte, che mena figli in stalle, e li vede disfare nella tubercolosi, per la miseria, il freddo, la disoccupazione, là dove, con una più equa ripartizione dei beni, il cui vero unico padrone è Dio, potrebbe attenuare il danno e la nequizia. […] Questa la legge: questa la giustizia: trattare il fratello come sé. Qui giustizia e carità son tutt’uno [1]. 

[1] I. Giordani, “Perle di Igino Giordani”, pag. 72 – Effatà Editrice, Torino 2019.


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